ARTIGIANATO ARTISTICO

Da molti anni non trovavo qualcosa che, come la dichiarazione d’intenti della Rete Bioregionale, rifletta il mio “sentire”, essere in sintonia di pensiero, moto del cuore e azione. E’ semplice, ma è precisamente il senso della mia ricerca personale di questi ultimi anni. Ciò nonostante io non sia una contadina, bensì una artigiana artistica o meglio “creatrice di opere dell’ingegno creativo”.

Ma la Terra chiama e la sua voce è possente per chi ha orecchie… Alla Terra sono tornata, per un’inesorabile “esigenza esistenziale”, quando cioè mi sono resa conto che la città mi era ormai diventata umanamente, spiritualmente e animalmente invivibile, costringendomi a condividere l’incondivisibile, ad alimentare sempre più, mio malgrado, l’ingordigia cieca di un sistema (economico, sociale ecc.) da cui irrimediabilmente dissento, combinato con il bisogno di solitudine e, non ultimo, la necessità di riempire quotidianamente lo sguardo di bellezza, di aria i polmoni, di fiori, e rupi, e vento, e profumi, e alberi gli occhi, le orecchie, il naso, la pelle. Ci sono tornata da sognatrice bucolica, da avventurosa irresponsabile, da intellettuale piccolo borghese squattrinata, da testarda irriducibile, da artigiana fallita, da critica impotente, da aspirante misantropa, da eterna studente, con determinazione e imparando l’umiltà davanti alle mie prime disavventure rurali di ex cittadina, imparando come tutti gli autodidatti dagli errori, o da fantastici occasionali maestri di strada. Qualche anno di terapeutica solitudine nel bosco, finchè non ho incontrato Renato, il CIR, il Bioregionalismo, e tutto un mondo di personaggi e situazioni “viventi” in sintonia con la mia anima, scoprendo che il mio è solo uno dei tanti percorsi personali che portano, riportano alla Terra, e l’esperienza di ognuno è il tassello di un mosaico dalle splendide, infinite sfumature.

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Casa !

La mia spinta iniziale personale si è combinata e completata, nell’incontro con Renato, in un progetto di vita insieme più coerentemente volto a una maggiore autosufficienza dai consumi e alla pratica della visione bioregionalista, in uno sforzo di sempre maggiore coscienza etica nel quotidiano. Così sperimentiamo la possibilità di integrare le due anime, quella più agricola e quella più “artistica”, in un progetto comune. Approdati qui dopo vari estenuanti traslochi, dall’autunno del 2002, abitiamo, anzi, riabitiamo questo borgo abbandonato con molte difficoltà ma anche soddisfazioni graduali, cercando di accontentarci dei piccoli passi che possiamo fare. Dal primo inverno passato qui, abbiamo migliorato molte cose, stiamo conoscendo questo territorio e le sue risorse naturali, imparando quello che possiamo cogliere senza arrecare danno, quello che possiamo coltivare, quello che possiamo produrre con le nostre forze, l’aiuto della Terra e la nostra fantasia. Ma le sue parole sono già sufficienti a descrivere questo luogo e questa esperienza . Io invece, come avevo promesso, proverò a dipingere il mio mestiere.

Ho vissuto sempre in città, a parte qualche avventuroso viaggio giovanile, e ho fatto in tempo (in altri tempi) a fare cose belle divertenti, avventurose nella città, o allora mi sembravano tali, importanti, ma era, erano, sono state vite turbinose intessute di relazioni sociali, tanto da non avere a volte il tempo di guardarsi dentro prima di agire, moltitudini di conoscenze, amicizie, progetti, associazione, cooperative… Progressivamente collezionando qualche delusione e molti fallimenti, in un percorso certo sempre più introspettivo e individualista, ho tagliato i legami per cercare un centro da cui ripartire, e riprendendo la misura della mia identità sono tornata a fare l’artigiana. Arrivò Billi, mercurio selvatico in forma di cane lupo, dalla campagna del parco del Ticino, che a una vita di solitudine preferì la mia compagnia in città, e che generò invece il processo che ci riportò tutti, arca di Noè, in montagna. In quei tre anni in cui abbiamo vissuto tra casa bottega e giardinetti in simposi cinofili ha cominciato davvero a mancarmi la “terra sotto ai piedi”, e il cielo, e il confine tra terra e cielo che serve a orizzontarsi, a lasciarsi andare, ad aver una meta visibile. I parchi cittadini ormai sempre più misere risposte agli aneliti di natura, orizzonte, elementi naturali, in compagnia di solitari fieri “resistenti” alberi, nicchie di sopravvivenza selvatica, piazze di concentramento per cornacchie, merli, tortore, pochi angoli di fuga, grilli tra le rotaie del tram.

La mia attività, fertile e creativa a bottega, restava senza riscontro economico, così, montagna di Maometto docet, ho cominciato a fare i mercatini la domenica e le feste, e poi anche durante l’estate. Usavo come base per le mie scorribande lavorative in riviera una piccola casa affittata con mia madre da qualche anno nelle montagne liguri. Il ritorno in città diventava ogni volta più doloroso.

Constatata l’impossibilità di sostenerla, abbandonata definitivamente ogni velleità “artigianal- ufficiale”, ho chiuso bottega, e fatto il grande passo, ho trasferito il laboratorio in Liguria, e, non più Artigiana con la a maiuscola, sono entrata a far parte dell’eterogeneo, multiforme e multicolore mondo dei “creatori di opere dell’ingegno creativo”, o artigiani artistici, definizione così così, o artistigiani, definizione in voga nel ponente ligure, di strada. Nella casetta sotto le querce imparavo il fuoco, il silenzio, l’autodeterminazione, sulla strada un mestiere antico.

… E’ solo la strada su cui puoi contare, la strada è l’unica salvezza…

Su strade o piazze ci ritroviamo quando tutti dormono ancora e partecipiamo a quel magico rito che trasforma in poche ore, una grigia, austera piazza lastricata, circondata da severe mura e vigili, potenti torrioni, dove normalmente l’eco rimbombante dei passi ti costringe ad affrettarti, in una fantastica baraonda di suoni, colori, profumi, personaggi di una “performance che mettono in scena platealmente sé stessi e i propri talenti, dove, seguendo percorsi di quella nuova transitoria toponomastica tra bancarelle, per una giornata la gente vive, si incontra chiacchiera, si attarda, scopre, si meraviglia di forme sorgenti da alchimie di fuoco e terra, ricorda professioni dimenticate, sceglie e compra, o forse ammira soltanto (quanti bauli di complimenti ho riempito!) cose belle, o strane o rare, certo non necessarie, non strettamente come le mutande per esempio, ma utili per riempire vuoti, fare doni, decorare spazi, segnare tempi, ornare e ornarsi, commuoversi, appassionarsi, ritrovare la meraviglia della possibilità che c’è qualcosa che le mani fannomeglio delle macchine, che c’è ancora qualcuno/qualcuna che ha voglia di usare le mani, che qualcosa può essere fatto proprio per te davanti ai tuoi occhi.

Amo questo ritmo di vita fatto di tuffi nel chiasso delle sagre e di ritorni al mormorare silenzioso, grave e tenero delle querce, di bagni di folla in agguerrite sfilate di turistico passeggio e di pigre mattinate passate a tentare di riconoscere le erbe selvatiche fuori casa, totalmente sconosciute, confrontando le foto e i disegni di libri diversi (santa Pazienza Autodidattica), e di viaggio, di viaggi, di chilometri di avventurose ricerche di fiere sperdute tra i monti, chilometri di albe incandescenti, luminose, pallide, sonnacchiose, fulgide di aspettative, o sotto cieli minacciosi di cumuli grigi incrociando le dita, sperando nel vento, piuttosto!…quello che ti porta via il gazebo se ti azzardi ad aprirlo, ma che si porta via le nuvole…chilometri esperimentando percorsi, territori e provincie, confini collinari e fluviali, giù per valli, su per bricchi, alternative al pedaggio per arrivare ad aprire il banco in passeggiate a mare o lungo mura medioevali, per offrirsi allo sguardo a volte assente di vacanzieri umorali e metereopatici, tirchi, gentilissimi piemontesi, generosi, gradassi lombardi, maliziosi salaci liguri, genti diverse e uguali, chilometri di pensieri, meditazioni, mantra, canzoni della mala, riflessioni, intuizioni, pensieri e pensieri… fantasie… Riflessione: differenza tra Artigiano e Artista. All’origine, dico proprio all’origine, vedi preistoria come ce la figuriamo, i primi artigiani, avi degli artigiani attuali, devono essere stati quelli in grado di produrre utensili, armi, attrezzi che miglioravano le condizioni di vita, il mestiere più antico di tutti, quindi, frutto non solo di capacità ma di un pensiero intuitivo o deduttivo iniziale, un’idea creativa. Penso che alcuni artigiani si siano posti a un certo punto il problema che la cosa prodotta potesse anche essere bella oltre che utile, inventando la “bellezza”, la decorazione, e “l’artigianato artistico”. Agli Artisti, invece , possiamo ascrivere come progenitori, presumibilmente, quei creatori di graffiti e pitture rupestri che avevano il dono di rendere vivi semplici segni sulle rocce, trasformandoli in animali, in scene di caccia o di vita quotidiana, dono probabilmente non comune a tutti, facoltà utilizzata poi per produrre riti propiziatori da sciamani, protettori della tribù, e loro malgrado progenitori delle attuali caste sacerdotali… Uno svolazzo di fantasia, in conclusione.

Una Estate ricca, proficua e fantasiosa per tutti Manù dei “Selvatici”*

*scritto per i “Quaderni di Vita Bioregionale” Solstizio d’Estate 2005

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